lunedì 28 luglio 2014

Cucinare con l'Acticook: fagiolini e patate all'aceto e dragoncello

    Ultimamente mi sono fatta un piccolo regalo. Un oggetto su cui avevo messo gli occhi da tempo, ma che avevo delle riserve a comprare per via dell'alto costo. Continuavo a rinviare e a rinviare, in attesa che il prezzo calasse, o che mi capitasse una bella promozione, o magari entrambe le cose.


    E in effetti, sono avvenute entrambe le cose :-) Ho trovato l'articolo a prezzo scontato, e in più potevo scalare un altro buono sconto del 10%. Sommando le due cose, il prezzo è sceso al di sotto di quella che io chiamo la "soglia psicologica dei 100€". Se a questo poi si aggiungono i giudizi entusiastici che ho letto e sentito da praticamente tutte le persone che già l'avevano comprato... insomma, non avevo più scuse!
    E dunque, per la modica cifra di 98,99€ (embé? la soglia psicologica è sotto i 100€, mica è importante quanto sotto ;-P ), ecco cosa mi sono regalata



    Lagostina Acticook, la Madre di tutte le pentole a pressione! :-D
    Di diverso dalle pentole tradizionali, avrebbe un controllo elettronico che permette di differenziare la cottura delle verdure e quella di carne/pesce/surgelati, oltre a consentire ad un timer di avvisare quando è il momento di abbassare la fiamma, facendo partire il conto alla rovescia del tempo prestabilito per la cottura, al termine della quale suona un altro bip bip che avvisa che puoi spegnere. E in questo frattempo, tu puoi dedicarti ad altro.


    Inoltre, è dotato di un ecosystem che riduce il tempo di cottura del 30% e l'energia necessaria del 20%, sempre rispetto ad una pentola tradizionale.
    Infine, non dovrebbe esplodere, sempre che si osservino poche ovvie regole di sicurezza, come non riempire oltre il livello consentito e assicurarsi che le valvole di sfiato non siano otturate.
    Ha una linea elegante e la pentola con capacità 6 litri ha le maniglie pieghevoli salvaspazio (che quella più piccola da 4,5 litri non ha), è dotato di cestello vitamine per la cottura a vapore e un ricettario con 50 ricette dagli antipasti ai contorni.


    Insomma, voi al posto mio che avreste fatto? ;-)
    E questa ricetta proviene proprio dal ricettario, una ricettina di base semplice semplice per prenderci la mano e fare un contorno di stagione ben conosciuto, anche se insaporito in maniera piuttosto insolita.
    • 400-450 g di fagiolini puliti e spuntati
    • 350 g di patate novelle
    • 1/2 cipollotto fresco (o 1 piccolo)
    • 2 cucchiai di aceto (di mele)
    • una spolverata di dragoncello (estragone) essiccato
    • olio evo e sale

    Spuntare e lavare i fagiolini e pelare le patate, lasciandole intere. Cuocerli a vapore nell'Acticook, usando il cestello vitamine e 2 ecodosi di acqua (500 ml) per 5 minuti dal segnale/sibilo (ovviamente lo stesso si potrà fare con una pentola a pressione tradizionale, forse con tempi leggermente più lunghi).
    Estrarre il cestello, buttare via l'acqua e asciugare la pentola.


    Farvi appassire nell'olio la cipolla tritata, quindi aggiungere i fagiolini e le patate e far rosolare il tutto a fuoco vivace, mescolando. Bagnare con l'aceto, spolverare col dragoncello, salare e far insaporire qualche minuto.
    Se necessario, aggiustare ancora di sale prima di servire. 

    Una delle canzoni che mi dà più i brividi, Point Blank


    "... one false move, and baby the lights go out."

    giovedì 24 luglio 2014

    Terrina di farro e zucchine

    Chi l'ha detto che le terrine devono essere solo di paté? Perché, una bella terrina vegetariana non la possiamo fare pure??? Certo che sì! Con questa ricetta che ho trovato da Silvia di Un Condominio in Cucina si può fare una terrina vegetariana semplicemente superlativa!


    Già mentre mescolavo nella ciotola tutti quei begli ingredienti freschi di stagione e profumosi, ho cominciato ad innamorarmi degli odori che m'inebriavano, e pregustavo il momento in cui avrei assaporato il piatto finito.
    Peccato solo per due cose che non sono andate per il verso giusto e hanno compromesso appena un po' l'esteriorità del risultato finale: le uova che erano poche, e la cartaforno che non ho usato perché mi sono fidata dell'effetto antiaderente del mio stampo.
    Dunque, le uova usate da Silvia erano, evidentemente, più grandi delle mie, e infatti la mia terrina non s'è compattata bene come la sua, ed è risultata una cosa delicatissima da affettare, anche con la mia affilatissima Zwilling. Perciò, bisognerà tenere conto della grandezza delle uova: 2 se sono XL, 3 se sono medie, com'erano le mie.
    Lo stampo... quel fetuso mi farà impazzire, prima o poi! :-/ Di solito funziona 4 volte su 5... basta ungere e infarinare (o cospargere di pangrattato come ho fatto stavolta) e l'antiaderenza fa il resto. Poi capita quell'unica volta in cui, inspiegabilmente, non vuole funzionare. Questa è stata una di quelle... grrrrrr!!!
    Pazienza! Per fortuna era solo per "uso interno" :-) la prossima volta userò anch'io la cartaforno, così mi metto al riparo da spiacevoli sorprese.
    La salsa d'accompagnamento di yogurt e formaggio cremoso potrebbe essere facoltativa, ma io la caldeggio fortemente. I due sapori si completano a vicenda... è un po' come il cacio sui maccheroni: se non ce lo metti, i maccheroni sono buoni lo stesso, ma se ci sta, è tutta un'altra musica! :-)
    Questa terrina è una pietanza molto estiva da gustare fredda... sì, è vero che per farla, bisogna accendere il forno, ma non si può avere la botte piena e la moje 'mbriaca... su qualcosa bisogna pur chiudere un occhio! ;-)
    La ricetta? Eccola!


    Per la terrina
    • 150 g di farro bio (peso a crudo)
    • 1 cucchiaino di insaporitore vegetale
    • 400 g di zucchine chiare bio
    • 3 cipollotti freschi bio
    • un paio di spicchi d'aglio (mia aggiunta)
    • 3 pomodori maturi medio-piccoli bio (mia aggiunta)
    • 100 g di ricotta di pecora
    • 60 g di parmigiano
    • 2 uova grandi (3 se sono medie o piccole), albumi montati a neve
    • 1 cucchiaio di erbette aromatiche fresche tritate insieme (basilico, prezzemolo, origano... veramente mi sa che era pure di più di un cucchiaio!)
    • olio evo, sale, pepe nero al mulinello
    Salsa d'accompagnamento
    • 130 g di yogurt greco intero
    • 100 g di Philadelphia
    • 2 cucchiai di succo di limone
    • 1 cucchiaio di olio evo
    • qualche stelo di erba cipollina
    • sale e pepe nero al mulinello 
    Si comincia portando a bollore l'acqua (con l'insaporitore se c'è, altrimenti solo acqua salata) e facendo cuocere il farro per 30 minuti. Scolare e tenere da parte.
    In un'ampia padella antiaderente, far appassire nell'olio evo la cipolla e l'aglio affettati sottilmente. Aggiungere la dadolata di zucchine preparata nel frattempo, mescolare e lasciar cuocere 5 minuti, quindi completare col pomodoro, anch'esso tagliato a cubetti. Far cuocere tutto insieme per altri 5 minuti, quindi salare, pepare e spegnere la fiamma. Lasciare che le zucchine rimangano un po' croccanti.
    Far stiepidire un po', quindi versare in una ciotola capiente e mescolare con la ricotta, il parmigiano, i tuorli, le erbette fresche tritate e, in ultimo, gli albumi montati a neve. Aggiustare ancora di sale e pepe.
    Versare in uno stampo da plumcake di dimensioni 19x9 circa, preventivamente foderato con la cartaforno, coprire con un foglio di carta d'alluminio e cuocere nel forno preriscaldato a 180° ventilato, 30 minuti coperto e 20 minuti scoperto.


    Tirare fuori dal forno e lasciar raffreddare completamente. Sformare.
    Nel frattempo, preparare la salsina mescolando insieme lo yogurt, il Philadelphia, il succo di limone, l'olio, l'erba cipollina sminuzzata. Aggiustare di sale e pepe e tenere in frigo.
    Servire la terrina fredda affettata e accompagnata con la salsina di yogurt.
    Grazie a Silvia per quest'altra bellissima idea, e alla quale offro un brindisi virtuale per festeggiare questa ricetta che è il 500° post del blog :-D 

    Per festeggiare ancora meglio, il video di Simon's Cat per celebrare i 3.000.000 di iscritti al suo canale YouTube... cheers!!!


    domenica 20 luglio 2014

    Pistachio, cardamom and lime cake - Cake al pistacchio, cardamomo e lime

    La conoscete Cupcake Jemma?
    Cupcake Jemma è una giovane, simpatica, spigliata e graziosa pasticcera inglese (un po' troppo tatuata per i miei gusti, ma va bene lo stesso) che opera nell'orbita gravitazionale di Jamie Oliver, ed è proprio grazie a Jamie e al suo Food Tube che sono arrivata a conoscerla.


    La sua pasticceria richiama molto quella della Hummingbird Bakery, e il fatto che si faccia chiamare Cupcake Jemma la dice lunga sulle sue preferenze orientate verso la pasticceria nordamericana.
    Questa cake al pistacchio, cardamomo e lime l'ho vista passare sulla pagina Facebook di Jamie e, incuriosita dagli accostamenti, ho cliccato per saperne di più e sono atterrata sul canale YouTube di Cupcake Jemma, dove ho trovato tutti i suoi video-tutorial per realizzare i suoi dolci. Ovviamente mi sono iscritta al suo canale YouTube (e mi sono rovinata... solo Cupcake Jemma mi ci mancava a me!!!).


    Comunque questa cake è un'esplosione di bontà, in cui cardamomo e lime conferiscono una nota di freschezza che manca, per esempio, in questo delizioso Pistachio Loaf della Hummingbird Bakery. Tuttavia, concettualmente sono due dolci molto simili, un 4/4 molto generoso di grassi (ahimé!) e di gusto, soffice al palato. Entrambi ottimi coffee-cake o tea-cake, per uno spuntino pomeridiano (ma non solo) molto goloso.


    Qui il video  in cui Cupcake Jemma mostra, passo passo, come fare questa pistachio, cardamom and lime cake.


    Per la cake:
    • 185 g di farina (io normale 00, Jemma autolievitante)
    • 185 g di zucchero fino Zéfiro
    • 11 g di lievito in polvere per dolci (Jemma 1/2 cucchiaino)
    • 150 g di pistacchi di Bronte (ovviamente!) tritati grossolanamente
    • 150 g di burro morbido
    • 1/2 cucchiaino di cardamomo in polvere
    • 3 uova biologiche
    • 125 g di yogurt intero

    Per lo sciroppo:
    • 125 g di zucchero fino Zéfiro
    • succo di 2 lime
    • buccia grattugiata di 1 lime
    • 75 ml di acqua

    Prima di passare a spiegare il procedimento, sappiate che il video di Cupcake Jemma è di grande aiuto per vedere dettagli che, con una spiegazione a parole, possono sfuggire, come la consistenza dell'impasto, per esempio. Perciò consiglio vivamente di seguirlo.
    Mettere nella ciotola dell'impastatrice tutti gli ingredienti nell'ordine in cui sono elencati, ad eccezione dello yogurt che verrà incorporato alla fine, dopo che tutto il resto si sarà ben amalgamato.
    Montare bene e versare in uno stampo antiaderente da plumcake 25x11 (oppure in uno stampo tondo da 20 cm di diametro, meglio se a cerniera), imburrato e infarinato, e cuocere nel forno preriscaldato a 170° statico per un'ora/un'ora e un quarto. Io ho abbassato a 160° dopo 3/4 d'ora. In ogni caso, fare come sempre la prova stecchino.


    Preparare lo sciroppo mettendo in una casseruola lo zucchero, il succo dei lime e l'acqua. Le zeste del lime si aggiungeranno dopo un paio di minuti dall'inizio del bollore. Lasciare che il liquido restringa e diventi bello sciropposo.
    A questo punto, ho voluto distaccarmi dalla spiegazione di Jemma, la quale fa stiepidire la cake, la sforma sulla tortiera e poi la intride con lo sciroppo. Io, invece, ho preferito seguire il metodo imparato da Hummingbird Bakery e già applicato qui e qui: innanzitutto, sulla torta ancora calda e nello stampo, pratico dei fori in profondità con uno spiedo bello lungo. Quindi, aiutandomi con un cucchiaio, ci verso sopra lo sciroppo, lasciandone da parte 4-5 cucchiai da mettere alla fine, per fare da "collante" alla granella di pistacchio. Il fatto che la torta sia calda e ancora nello stampo fa sì che si intrida meglio e non si disperda troppo sciroppo. 


    Quando la cake è tiepida abbastanza da poterla maneggiare a mani nude, sformarla e metterla sulla gratella per farla raffreddare completamente. Versarci sopra il resto dello sciroppo e spolverizzare con un po' di pistacchi tritati.
    Una cake dal gusto semplicemente epico!!! 

    La bella Olive, che da un po' mancava dal blog...


    mercoledì 16 luglio 2014

    Pizza in teglia con farina di farro, 36 ore in frigo e 11 a TA, a lievitazione naturale (ovviamente!)

    Come si fa a fotografare la leggerezza? Come si fa a fotografare la goduriosa croccantezza esterna? Come si fa a fotografare la paradisiaca scioglievolezza interna? Come si fa a fotografare la digeribilità? Come si fa a fotografare la bontà?


    Io lo so che le foto che faccio alle mie pietanze non sono niente di eccezionale, e non solo perché non sono munita di strumentazioni super-tecnologiche, ma soprattutto perché non ci metto impegno. Però, al di là di quelli che sono i miei insormontabili limiti, se uno volesse fotografare sul serio, mi spiega come farebbe a fotografare queste cose che ho appena scritto?
    Come possono delle immagini trasferire sensazioni che si generano principalmente quando introduci in bocca qualcosa che hai cercato di ottenere mettendo insieme, con calma ed estrema diligenza, tutte le informazioni collezionate da interminabili periodi di lettura, ricerca, confronto? (e qui sì che l'impegno c'è, tutto l'impegno che reputi necessario ad ottenere esattamente quei risultati sopradescritti).


    Io credo che non sia possibile. Né le foto, né le parole possono trasferire, in maniera adeguata, quello che solo il palato può percepire in tutta la sua pienezza.
    Questa pizza in teglia è un'ulteriore evoluzione di questa e questa, rispetto alle quali, oltre alla ventilazione dell'impasto effettuata, stavolta, con sveglietta alla mano per rispettare tempi ben precisi, ho voluto aggiungere 36 ore di maturazione in frigo.
    Inutile spenderci parole, tutto quel che mi vien da dire è che siamo a ben altro livello. E' da fare, e da mangiare. Oltre questo, non esiste altro modo per comprendere.


    Giovedì, mattina ore 8 circa, preparazione biga:
    • 100 g di farina Pulcinella Spadoni
    • 50 g di acqua
    • 10-15 (max) g di LNL
    Impastare in una ciotola e lasciar lievitare fino a sera.


    Giovedì, sera ore 20 circa, preparazione impasto:
    • 20 g di farina maltata
    • 120 g di farina Pulcinella Spadoni
    • 140 di farina di farro Vivi Verde Coop (14% di proteine)
    • 255 g di acqua
    • 10 g di malto
    • 15-20 (max) g di strutto
    • tutta la biga
    • 10-15 g di sale
    Versare le farine nella ciotola dell'impastatrice, fare una cavità al centro in cui versare l'acqua, il malto, lo strutto e la biga. Avviare l'impasto con la frusta a K e, quando gli ingredienti sono tutti ben amalgamati, sostituire la K col gancio, e a incordatura aggiungere anche il sale.


    Ora inizia la fase di ventilazione: fermare l'impastatrice e dare 20 minuti di riposo, quindi riaccendere alla minima velocità e dare 3 giri completi di gancio. Ripetere questa operazione per altre due volte. Si noterà che ogni volta, quando si riavvia l'impastatrice, l'impasto apparirà come "rinvigorito" e subito tenderà ad avvolgersi intorno al gancio. Questa operazione di ventilazione, infatti, ha lo scopo di rafforzare la maglia glutinica e dare maggiore vita ai lieviti ed è un'operazione pressoché indispensabile per migliorare la performance di un impasto altamente idratato.


    Terminato il terzo e ultimo giro di gancio, chiudere l'impasto in un recipiente ermetico e porre in frigorifero (ore 21.30 circa).
    Sabato, mattina ore 9.30 circa, togliere l'impasto dal frigo e riportarlo a temperatura ambiente. L'impasto apparirà moderatamente lievitato.
    Ore 11 circa, procedere allo staglio, quindi lasciar lievitare l'impasto, coperto a campana, a temperatura ambiente.
    Ore 19 circa, stendere in teglia e lasciar lievitare ancora.
    Ore 20.30 circa, infornare a 250° statico per 10 minuti solo con pomodoro e sale (aromatizzato).


    Tirare fuori dal forno e finire di condire a piacere, cottura ancora per 15 minuti, al termine del quale non vi rimane altro da fare che... scattare le foto! :-P

    E parlando sempre di foto, eccone una che si commenta da sola

    sabato 12 luglio 2014

    Spaghetti ca muddìca

    Lo so che chi leggerà ora penserà che mi sono inventata l'acqua calda... spaghetti aglio olio acciughe e pangrattato tostato, certo non è una novità e chissà quanti l'hanno fatti almeno una volta nella vita.


    E' vero, niente di originale, tranne un piccolo dettaglio che per me ha fatto la differenza, quella differenza che mi ha dato lo stimolo a volerci provare per vedere l'effetto che faceva in bocca: la scorza d'arancia.
    L'idea è di Emmetì di Un Condominio in Cucina che, nella sua realizzazione, ha usato la scorza essiccata e ridotta in polvere. Io, invece, avevo una solitaria arancia bio che giaceva da tempo in frigo, l'ultima della stagione, e dunque ho pensato che avrei potuto usare quella per le zeste, e magari mi decidevo anche a mangiarmela a fine pasto, così la levavo di torno :-)
    Inutile dire che ho trovato l'accostamento di gusti davvero strepitoso! Io ci ho spolverato su anche un po' di prezzemolo tritato, giusto perché avevo appena fatto i funghi trifolati e quindi il prezzemolo stava lì sul piano, a portata di mano, pronto all'uso. Scelta azzeccata anche questa.


    Una preparazione che val la pena tenere presente quando si vuole mangiare un piatto di spaghetti saporito, ma non si ha molto tempo da passare in cucina. Infatti il tutto si completa nel tempo che ci mette l'acqua a bollire. La scorza d'arancia gli dà quel tocco che lo rende diverso dal solito.
    Ora però, devo scatenarmi a cercare dove si vende la scorza essiccata e grattugiata... mica posso aspettare la prossima stagione delle arance per rifarli! :-)


    Dosi per una porzione:
    • 80 g di spaghetti Senatore Cappelli
    • 1 cucchiaio di pangrattato
    • 1 spicchio d'aglio
    • 3-4 acciughe sotto sale
    • un po' di buccia d'arancia grattugiata, biologica
    • prezzemolo
    • olio evo, sale (solo nell'acqua degli spaghetti)
    Mettere su la pentola con l'acqua per lessare la pasta.
    Scaldare un padellino e farvi tostare il pangrattato, agitando continuamente e tenendolo d'occhio per non farlo bruciare. Quando avrà virato su un color nocciola tostato, sarà pronto. Spegnere la fiamma e tenere da parte.
    Sciacquare le acciughe per togliere tutto il sale e privarle delle lische. Affettare sottilmente lo spicchio d'aglio e metterlo a rosolare nell'olio, aggiungendo le acciughe prima che l'aglio abbia avuto il tempo di dorarsi.
    Lasciar cuocere finché l'acciuga non si spappoli, formando una cremina.
    Lessare gli spaghetti, scolandoli bene al dente e spadellarli nel condimento di aglio e acciughe, profumando con la buccia d'arancia e aggiungendo un po' d'acqua di cottura se risultassero troppo asciutti.


    Fuori dal fuoco aggiungere il pangrattato e mescolare bene. Impiattare e infine spolverizzare col prezzemolo tritato.
    Semplice, veloce e appagante :-)
    E per ringraziare EmmeTì per il "pranzo", dato che mi ha confessato di avere anche lei, da sempre, un debole per il Boss, le offro questo giovanissimo sexy-Bruce in un'esibizione live di una canzone molto hot, in tutti i sensi... Fire ;-)




    martedì 8 luglio 2014

    Bietole costa al pomodoro

      E' da un po' che non posto un contorno di verdura, vero? Sì, mi sa che è passato del tempo. E' giunta l'ora di provvedere.


      Come già raccontato altrove, mi capita spesso di non saper come cucinare le bietole costa. Cioè, per meglio dire, so come cucinarle, ma il più delle volte mi manca la fantasia per variarle. Va bene olio e limone, va bene ripassate in padella con aglio olio e peperoncino, ma dopo un po' stufano!
      Stavolta mi sono ricordata di come le faceva spesso mia zia, ossia in padella col pomodoro. L'unica differenza, mentre lei le lessava prima e poi le saltava in padella, io le ho fatte stufare direttamente nel pomodoro, perché erano davvero poche... una volta pulite, saranno state sufficienti per due porzioni di contorno, quindi tanto valeva buttarle direttamente nel pomodoro e far stufare tutto insieme.
      Vi dirò, sono venute anche più saporite, perché tutto quel che normalmente si perde con la cottura in acqua, in termini di gusto e nutrienti, stavolta è rimasto tutto lì.
      Per questo ho pensato che fosse una dritta che valeva la pena di condividere ;-)
      • 300 g di bietole costa bio già pulite e tagliate
      • 6-8 pomodorini datterino bio in conserva (o freschi, se è la loro stagione)
      • 2 spicchi d'aglio
      • un paio di acciughe sott'olio
      • peperoncino piccante q.b. (io un piri piri)
      • olio evo, sale

      In una padella antiaderente abbastanza capiente, far rosolare l'aglio, il peperoncino e le acciughe nell'olio.
      Quando l'aglio è dorato e le acciughe si sono sciolte, aggiungere i datterini tagliati a metà con un po' della salsa in cui sono immersi, se si usano quelli in conserva (i miei sono quelli presi l'anno scorso al GAS del pomodoro in conserva, davvero ottimi). Far cuocere qualche minuto mescolando.
      Aggiungere le bietole costa pulite e tagliate, salare, mescolare, incoperchiare e lasciar stufare fino a cottura.
      Io le lascio un po' croccantine, soprattutto se sono quelle fresche del GAS, appena colte, dal campo alla tavola!

      Il ruggito di Minnie...


      GROAAAR! non ci provare neppure! la verdura mangiatela tu!!! io sono una felina, e sono carnivora... VOGLIO LA CICCIA, GROOAAARRR!!!

      venerdì 4 luglio 2014

      Amaro alla genziana

      Quando l'Emporio Primo Vere informò, con la sua newsletter, che ci sarebbe stato un incontro col signor Nicola dell'azienda I Pensieri del Poeta, che avrebbe guidato i partecipanti attraverso un'analisi sensoriale dalle radici della genziana fino al prodotto finito, ovvero al liquore, pensai che si trattasse di un incontro a cui non potevo assolutamente mancare.
      Ho cominciato a gustare ed apprezzare l'amaro alla genziana solo in tempi molto recenti, e più di una volta mi sono chiesta come si potesse fare in casa. In giro vedevo che c'era una miriade di ricette, ognuna di queste si proponeva come l'originale e tutte promettevano di essere la migliore.


      La scelta non era facile, anche perché non avevo la minima idea di quale dovesse essere anche solo un procedimento base per fare un amaro alla genziana. E comunque, posto anche che fossi riuscita a selezionarne uno, magari quello che m'ispirava maggiormente, come avrei potuto fare per procurarmi le radici di genziana? Di andare per boschi a cercarla non se ne parlava, e non solo perché non avrei saputo distinguere una radice di genziana da una di cicuta, ma soprattutto perché la genziana è severamente protetta, e se la forestale ti becca, poi te lo dà lei l'amaro, di quelli che ti lasciano il sapore in bocca per il resto della vita!

      Sapevo che le radici di genziana si possono acquistare, già belle pulite, essiccate, tagliate e pronte per essere usate, in erboristeria e nei negozi di prodotti biologici, ma come fare a capire se sono radici di buona qualità?
      L'incontro col signor Nicola, quindi, andava assolutamente fatto, non foss'altro per apprendere le informazioni di base.
      Tanto per iniziare, aveva portato con sé questa sporta di radici ancora integre, cioè non ancora tagliate per il confezionamento, e le maneggiava come fossero delle sculture delicate e complesse. E tali erano, infatti! Alcune erano di una bellezza indescrivibile, e con un po' di fantasia, ci si potevano ravvisare le forme più disparate... un uccello, un arabesco, un'attraente silhouette femminile, una madonna... qualunque cosa! Erano dei piccoli capolavori scultorei di un'artista che non conosce licei artistici o accademie di belle arti: la Natura. E il signor Nicola che candidamente confessava che, ogni volta che doveva tagliare una di quelle meraviglie per poterla imbustare, gli veniva il magone.
      La gentiana lutea, o genziana maggiore, è una pianta erbacea perenne, dalle radici molto sviluppate e con un'infiorescenza gialla. Può essere alta da 40 a 140 cm e cresce in montagna, l'altitudine ottimale per ottenere la radice che serve a fare il liquore è 1.400 metri. Non va confusa con la genzianella, che è anch'essa una pianta erbacea officinale, di montagna, che produce un'infiorescenza violacea.
      Siccome quella che cresce spontaneamente in natura è, come dicevo, rigorosamente protetta, la genziana che si trova in commercio viene coltivata, ed è qui che scatta l'importanza di saper selezionare il coltivatore serio. Il signor Nicola fa stampare in etichetta tutte le informazioni basilari delle sue radici, che non vengono coltivate da lui personalmente, che quindi, a sua volta, le acquista altrove (clicca sull'immagine per ingrandire)



      Quando si apre un sacchetto di radici, l'olfatto viene colpito da una profumazione pungente che promette da subito di essere amaro sul serio, e che immediatamente richiama alla mente il sapore del liquore, reso più gradevole dallo zucchero aggiunto, quel tanto che basta ad addolcire il primo impatto con le papille gustative, facendo sì che dopo la deglutizione, rimanga chiara la percezione amarognola sul fondo del palato.
      Anche il signor Nicola ha confermato che esistono tante ricette per preparare un buon amaro di genziana, anche perché, nel tempo, ognuno ha voluto metterci qualcosa di suo. Per questo, non ne esiste uno che sia migliore di tutti gli altri, semplicemente c'è quello che piace di più e quello che piace di meno.
      L'amaro di genziana può essere preparato in una soluzione idroalcolica (alcool, acqua e zucchero) oppure in una soluzione di vino e alcool, a cui aggiungere poi lo sciroppo, che è il procedimento che ho preferito usare io.


      Inoltre, si può optare per un'infusione delle radici tal quali, oppure aromatizzando con l'aggiunta di odori e spezie a piacere, in genere scorza di limone e/o cannella. E c'è chi abbonda, come ho fatto io, che ho voluto profumare anche con chiodi di garofano e bacche di ginepro, creando così una sinfonia di profumi, su cui domina incontrastato, ma al contempo mitigato, l'amaro della radice.

      • 100 g di radici di genziana (da agricoltura biologica e controllata)
      • 2,5 litri di vino bianco di qualità, almeno 12,5° (solitamente si consiglia chardonnay, io però ho usato un Placido Rizzotto Bianco di Sicilia IGT)
      • 0,5 litro di alcool etilico
      • 12 bacche di ginepro (leggermente schiacciate col dorso di un cucchiaio)
      • 12 chiodi di garofano
      • un pezzo di cannella
      • la scorza di 1 limone, senza parte bianca
      • 400 g di zucchero
      • 0,5 litro di acqua
      Mettere le radici, le spezie e la scorza di limone in un contenitore di vetro di oltre 3 litri, a chiusura ermetica.
      Mescolare insieme il vino con l'alcool e versarlo nel contenitore, chiudere bene e porre in un luogo buio e fresco, a riposare per 40 giorni.
      Ecco la fotosequenza dell'infusione che matura:


      giorno 0
      giorno 9
      giorno 29
      giorno 44 (ultimo)

      Da notare come il liquido diventi, gradualmente, più ambrato e le radici, dapprima galleggianti in superficie, piano piano vadano a fondo.
      Trascorso il periodo di infusione, si prepara lo sciroppo con l'acqua e lo zucchero e lo si fa raffreddare completamente. Si filtra il liquido dell'infusione, si aggiunge lo sciroppo completamente freddato, si mescola, (si assaggia :-D ) e si imbottiglia. Con queste dosi si riempiono 7 bottiglie da 0,5 litro.
      Dopo l'imbottigliamento, si consiglia di lasciar riposare ancora per almeno un paio di settimane, per far meglio amalgamare i sapori. Più tempo si lascia all'affinamento in vetro, più morbido sarà il gusto.
      Prosit!


      Uuuuhhhhh... 'mmazza ragazzi, che sbronza epocale! santamicetta, e chi s'aripija mò?!? Certo però, che quella genziana era proprio bbona!!!

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